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Le sentenze della Cassazione e del Consiglio di Stato sull’estensione del territorio per la produzione della Docg Asti

Mediante la sentenza del 13 aprile 2016, n.7292, le sezioni unite della Cassazione chiudono (almeno per il momento) la querelle sull’estensione della zona di produzione del Moscato d’Asti Docg, che ha visto contrapposti l’azienda agricola Castello del Poggio, da un canto, e il Comitato nazionale vini Dop e Igp,la Produttori Moscatod’Asti associati s.c.a., la Federazione regionale Coldiretti Piemonte, l’associazione Muscatellum, il comune di Santo Stefano Belbo, l’associazione Comuni del Moscato,la regione Piemontee il consorzio per la Tutela dell’Asti, dall’altra.

La questione del contendere si incentrava sull’inclusione dei terreni di detta azienda agricola, siti nella frazione Portacomaro del comune di Asti, nella zona di coltivazione delle uve per la produzione in regime di origine controllata e garantita dei vini ‘Asti’, cosa avvenuta mediante l’adozione di alcune controverse modifiche all’art. 3 del relativo disciplinare, poi recepito mediante il decreto ministeriale 16 maggio 2012. Quest’ultimo era però stato annullato dal Tar del Lazio (mediante le sentenze nn. 1774, 1775, 1776, 1777 del 2013), la cui decisione era stata successivamente avallata dal Consiglio di Stato (sentenza 5691/2013).

In buona sostanza, la Cassazione ha adesso definito il caso riconoscendo che il Consiglio di Stato aveva la giurisdizione per pronunciare la citata sentenza, mediante la quale quest’ultimo ha sindacato la legittimità del provvedimento del ministero dell’Agricoltura (confermandone l’annullamento pronunciato dal Tar in prima istanza), con cui era stato modificato il disciplinare della Docg Asti. Per capire allora la situazione, si deve fare riferimento alla motivazione resa dal Consiglio di Stato.

Sul piano giuridico, il massimo giudice amministrativo aveva innanzitutto sancito che (ai sensi sia della legge 10 febbraio 1992 n. 164, ancora applicabile alla fattispecie per ragioni temporali, sia del successivo d.lgs 8 aprile 2010 n. 61), gli unici soggetti legittimati ad avviare la procedura per la modifica di un disciplinare sono i consorzi di tutela ovvero le regioni (salve alcune ipotesi particolari, non rilevati nel caso concreto).

Inoltre, il Consiglio di Stato aveva puntualizzato che la domanda, con cui un certo terreno viene inserito all’interno di un disciplinare per un vino a denominazione di origine, necessita di essere corredata dalla ‘prova della corrispondenza del terreno medesimo e del prodotto vitivinicolo ai requisiti tassativamente richiesti a livello legislativo’. Di conseguenza, ‘la domanda deve essere corredata da una “perizia giurata” di tecnici particolarmente qualificati o da documentato parere della regione, la perizia giurata o il parere tecnico della regione competente devono fare riferimento a dati sperimentali di almeno cinque anni di ricerche ed attestare l’obiettività e la validità della richiesta’. Sulla base di tali chiari quanto ineccepibili principi, il Consiglio di Stato aveva dunque deciso il caso.

Considerata la loro semplicità, viene da domandarsi come la controversia abbia potuto insorgere. La vicenda, da cui trae origine, appare alquanto contorta e – sebbene il consorzio di tutela dell’Asti sia infine risultato vittorioso – suscita notevoli perplessità su cosa sia accaduto al suo interno.

Ricostruiamo quindi l’accaduto, sulla scorta di quanto si legge nella motivazione resa dal Consiglio di Stato, il cui testo viene integralmente ripreso dalla Cassazione.

Il tutto inizia nel 2010, quando il 28 aprile l’assemblea generale ordinaria dei consorziati – chiamata per deliberare su una domanda/proposta di modifica del disciplinare – ‘non aveva approvato la estensione della zona di produzione ad una area definita, ma aveva rimesso invero con non poca ambiguità “agli organi della filiera” la individuazione dell’area di cui chiedere la estensione, approvando ora per allora l’area che gli stessi avrebbero individuato’. Emerge infatti dall’estratto del relativo verbale che da tale assemblea aveva così deciso: ‘…nell’ambito del parere che l’assessore regionale dovrà richiedere il Consorzio dichiara l’adesione a quelle che saranno le decisioni prese dagli organi competenti nell’ambito della filiera e cioè già esprime fin d’ora il proprio assenso, su questo deve esprimersi l’assemblea qui riunita’.

Su tale base, il successivo 28 maggio il direttore del consorzio presentava al ministero una domanda di revisione dell’art. 3 del disciplinare in questione, chiedendo l’inserimento all’interno della Docg ‘del territorio del comune di Asti zone vocate’, senza tuttavia specificare la loro delimitazione, ma limitandosi ad allegare una perizia redatta nel 2007 (la ‘perizia Corino’), sulla cui base si era espressa la stessa assemblea dei consorziati nella citata riunione.

Come poi avrebbe rilevato il Consiglio di Stato – considerandolo un aspetto decisivo – tale perizia  ‘non conteneva una delimitazione puntuale delle frazioni comunali all’interno delle “zone vocate” ma si limitava ad indicare il territorio potenzialmente atto alla coltivazione del vitigno Moscato Bianco nel comune di Asti indicandolo con criteri di larga approssimazione: zona Sud, Ovest, Nord -Est; in sostanza, e per quel che interessa, non indicava in maniera specifica i terreni della azienda Castello del Poggio. Tale perizia, per la sua genericità non corrispondeva ai requisiti sostanziali e formali di legge, né documentava il significato tecno enologico del vino Moscato prodotto in zone del comune di Asti ed in quelle della azienda appellante non facendo riferimento a dati sperimentali di almeno cinque anni (art. 10 co. 4 lett. A, della legge 164/1992), ad ‘…una analisi chimico fisica che attesti la assenza di influenze negative su campioni di vini ottenuti al rispetto delle modifiche richieste’ (art. 10 co. 4 lett. b), né essendo corredata ‘da una analisi organolettica e dalla relazione della commissione di degustazione competente che attesti il miglioramento organolettico del prodotto’ (art. 10 co. 4 lett. c).

Avrebbe altresì poi valutato il Consiglio di Stato che ‘sostanzialmente la relazione del dottor Carino configurava uno studio preliminare, ma senza elementi di concretezza, esprimendosi in termini di astratte potenzialità virtuali o di possibilità, non valutando né i vini, né le uve, né i terreni’.

Esaminata detta domanda presentata dal direttore del consorzio, il ministero ne rilevava il contenuto approssimativo e (con nota del 4 giugno 2010 prot. 8788), segnalava alla regione Piemonte che la indicazione ‘comune di Asti, zone vocate’ non era sufficiente, essendo invece necessaria la precisa loro delimitazione, accompagnata dalla relativa cartografia. In assenza di tali integrazioni, il ministero segnalava alla regione che la richiesta di modifica sarebbe stata stralciata.

Di conseguenza,la regione Piemonteinformava di tale nota il consorzio, il cui consiglio di amministrazione si riuniva il 28 giugno 2010. Nel relativo verbale veniva dato atto che il presidente informava i consorziati della richiesta del ministero di precisare le zone vocate. A sua volta, nel corso di tale consesso, il direttore del consorzio illustrava la documentazione tecnica (perizia Eberle), precisando che la richiesta di modifica era quindi ‘limitata alle particelle 60 e 191 del foglio 22 del catasto terreni’ per il comune di Asti, relativa alla sola area di proprietà dell’istituto agrario Penna, coerentemente con il parere favorevole unanimemente espresso al riguardo da tutti i rappresentati del comparto durante un incontro svoltosi pochi giorni prima (11 giugno 2010).

Il 28 giugno 2010 il consiglio del consorzio deliberava allora di richiedere la modifica del disciplinare includendo – per quanto concerne i terreni siti nel comune di Asti – solo le anzidette particelle appartenenti all’istituto agrario Penna, così escludendo i terreni dell’azienda agricola Castello del Poggio. Ricevuta la relativa documentazione,la regione Piemontetrasmetteva al ministero e al Comitato vini (lettera 29 giugno 2010, prot. 18455/DB1195) il testo del disciplinare aggiornato con la delimitazione delle zone vocate, la relazione tecnica relativa alla vocazione delle zone inserite e relativa cartografia relativa ai 1800 mq. della sopradetta ‘relazione Eberle’.

Sorprendentemente il consorzio, nella seduta consiliare del 20 ottobre 2010, revocava la precedente delibera consiliare del 28 giugno 2010. Quindi Il presidente del consorzio (con propria nota 22 ottobre 2010) comunicava al ministero e alla regione l’intervenuta revoca della delibera del 28 giugno 2010 e dichiarava loro che, di conseguenza, riprendeva vigore la iniziale delibera assembleare dei consorziati assunta il 28 aprile 2010. Inoltre, ‘il presidente del consorzio riferiva che l’assemblea aveva approvato l’inserimento del comune di Asti nel disciplinare di produzione della Docg con limitazione territoriale riservata alle zone vocate identificate nella perizia del dott. Corino (quella del 2007) il quale aveva successivamente (nel 2010) provveduto alla esatta identificazione e delimitazione delle zone vocate’. Così facendo, il presidente del consorzio indicava un lungo elenco di frazioni comunali, tra le quali il territorio di proprietà dell’azienda agricola Castello del Poggio.

Dopo questi fatti, mediante il D.m. 21 novembre del 2011, il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, a seguito di procedimento iniziato sulla base della citata proposta assembleare del 28 aprile 2010 del Consorzio per la tutela dell’Asti, approvava il nuovo disciplinare di produzione della denominazione Docg Asti, ma non includeva tra le zone di produzione il territorio del comune di Asti. Nella parte in cui aveva omesso tale inclusione, il decreto veniva impugnato davanti al Tar del Lazio dall’azienda agricola Castello del Poggio.

Concessa dal Tar (ordinanza n. 955 del 15 marzo 2012) la sospensione cautelare del decreto controverso, il ministero riapriva il procedimento relativo all’inserimento del comune di Asti tra le zone di produzione dell’omonima Docg. Quindi, mediante il nuovo D.m. 16 maggio 2012, il ministero modificava l’art. 3 del disciplinare controverso, includendo nella zona di produzione delle uve vocate parte del territorio del comune di Asti, tra cui la frazione di Portacomaro ove insistono i vitigni dell’azienda agricola Castello del Poggio.

Reagivano però tutti gli altri soggetti che abbiamo prima indicato come avversari processuali di tale azienda. Essi impugnavano infatti detto D.m. 16 maggio 2012, nella parte in cui era stato riconosciuto l’ampliamento del disciplinare del Moscato d’Asti anche alla zona di produzione delle uve nel territorio del comune di Asti, compresa la frazione di Portacomaro.

Dinanzi al Tar del Lazio questi ultimi deducevano infatti che la proposta assembleare del 28 aprile 2010 – e cioè l’atto che sta alla base di tutto – si era limitata alla sola inclusione nella Docg dell’appezzamento pertinente all’istituto igrario sperimentale Penna del comune di Asti e comunque non aveva affatto delimitato i confini di produzione, di modo che la modifica del disciplinare (approvata con il menzionato D.m. 16 maggio 2012) non trovava corrispondenza in alcuna domanda o proposta formalmente avanzata dal soggetto legittimato alle iniziative per la istituzione o la modifica di Docg o Igt. Il Tar adito ravvisava quindi la fondatezza delle censure dedotte dai ricorrenti e (mediante le sentenze nn. 1774, 1775, 1776, 1777 del 2013) annullava il D.m. del 16 maggio 2012, nella parte in cui aveva illegittimamente incluso terreni che non erano stati presi in considerazione nella citata proposta consortile del 28 aprile 2010.

Si giunge così al ricorso promosso dall’azienda agricola Castello del Poggio e dal ministero dell’Agricoltura contro quest’ultima decisione del Tar. Sanciti in punto di diritto i principi in precedenza indicati e ricostruita l’intera vicenda nel modo che si è appena descritto, il Consiglio di Stato ha quindi respinto siffatto ricorso, osservando che ‘la proposta relativa alla delimitazione del territorio del comune di Asti da inserire tra le zone di produzione dell’Asti Docg era stata delegata agli organi competenti nell’ambito della filiera, ma il presidente del consorzio nella lettera di cui sopra del 22 ottobre 2010, omettendo il richiamo agli organi della filiera, ha trasmesso un testo dell’art. 3 recante un elenco di frazioni comunali, tra cui quelle di proprietà dell’azienda appellante, che alterava il senso della delibera assembleare: il lungo elenco di frazioni comunali indicate nella nota del presidente del consorzio del 22 ottobre 2010 era stato prodotto dal dott. Corino solo nell’ottobre 2010 e comunque sulla base di una istruttoria successiva alla delibera assembleare e non poteva quindi essere stato esaminato e approvato dalla assemblea tenutasi sei mesi prima, il 28 aprile 2010, né trasmesso alla regione e al ministero il 29 aprile2010. Insostanza vi era una domanda ufficiale del consorzio del 28 aprile 2010 che chiedeva l’inserimento di zone vocate, che per la sua indeterminatezza e ambiguità non poteva considerarsi integrare la domanda di cui all’articolo 10 co. 3 della legge né era assistita dalla perizia (giurata) di cui all’articolo 10 co. 4 e come tale era stata ritenuta non sufficiente dallo stesso ministero, integrata dalla indicazione delle zone dell’istituto Penna, indicazione successivamente decaduta per revoca della relativa delibera consiliare’.

Ecco dunque cosa per il Consiglio di Stato ha costituito il ‘vizio procedimentale che rende illegittimo il decreto impugnato: l’assemblea non aveva deliberato nel senso ritenuto dal D.m. del 2012, mancando la delimitazione delle zone vocate la cui individuazione era stata rimessa agli organi della filiera che avrebbero dovuto definire la domanda di estensione della Docg né il Comitato vini aveva individuato le zone vocale in quanto si era appiattito sulle indicazioni del presidente del consorzio nella comunicazione del 22 ottobre 2010 sull’erroneo presupposto che fosse stata l’assemblea del 28 aprile 2010 ad individuarli’.

A chiosa finale merita osservare che, in base al disciplinare attualmente vigente, il vigneto per la produzione della Docg Asti si estende su un territorio che non comprende quello del comune di Asti, incentrandosi invece sulla vicina zona a cavallo tra le province di Asti, Alessandria e Cuneo, che grossomodo ha come proprio epicentro le città di Canelli e Santo Stefano Belbo.

Per contro, il nome ‘Asti’ ha acquisito una tale reputazione da essere considerato negli Stati Uniti – ai sensi di 27 CFR (Code of Federal Regulations), Ch. I, Subpart B, § 12.21 – come un termine geografico avente carattere non solo ‘non generico’ (non generic), ma anche ‘distintivo’ (distinctive) di uno specifico vino proveniente da una particolare regione geografica e, come tale, agli occhi del consumatorie distinguibile da tutti gli altri vini (distinctive designation of a wine, […] that it is known to the consumer and to the trade as the designation of a specific wine of a particular place or region, distinguishable from all other wines). Di conseguenza, il termine geografico ‘Asti’ (insieme a pochi altri, elencati nella norma statunitense appena citata) riceve negli Usa una tutela superiore a quella attribuita a tutte le altre indicazioni geografiche europee, quest’ultima discendente dall’accordo del 2006 tra Stati Uniti ed Unione europea sul commercio del vino (adesso messo in pericolo dalle trattative per i futuri accordi TTIP).

avv. Ermenegildo Mario Appiano
(dottore di ricerca in diritto Ue)