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Documentazioni

L'esperto risponde
L' avv. Ermenegildo Mario
Appiano
risponde su temi
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Tra hard Brexit e soft Brexit

Ci si domanda ripetutamente cosa accadrà dopo il referendum consultivo tenutosi nel Regno Unito, i cui cittadini si sono pronunciati per l’uscita di tale paese dall’Unione Europea. È noto che tale operazione deve avvenire in base a quanto disposto dall’art.50 del Trattato sull’Unione: il tutto ha inizio con la richiesta formale di ‘uscita’, avanzata dallo Stato membro interessato, cui devono seguire i negoziati per perfezionare l’operazione, da un canto, nonché regolare tutti i rapporti conseguenti all’uscita stessa, dall’altro. È parimenti noto che, subito dopo il referendum, la cancelliera della Repubblica federale tedesca ha invitato il Regno unito ad accelerare i tempi, onde evitare il crearsi di uno strano ‘limbo’, quanto meno sul piano politico. In effetti se, sino al momento in cui la domanda di abbandono non verrà formalmente presentata, il Regno unito continua ad essere membro dell’Unione a tutti gli effetti, sembra quanto meno strano che i suoi rappresentanti partecipino attivamente al lavoro delle Istituzioni europee, condizionandone il funzionamento. In effetti, onde evitare - almeno in parte - una simile situazione, i Commissari europei di nomina del Regno unito hanno fatto poi un passo indietro. Insomma, si attende che il Regno unito traduca in un concreto atto giuridico la volontà democraticamente manifestata (seppure dopo una campagna elettorale che pare essersi svolta all’insegna della disinformazione!) dai propri cittadini, che - a sua volta - ha prodotto forti fratture all’interno di tale paese (in Scozia, Irlanda del Nord e nella città di Londra hanno infatti prevalso i voti per il ‘remain’).

Perché a tutt’oggi il Regno unito non ha ancora attivato la procedura prevista per abbandonare l’Unione, sebbene il suo governo abbia ripetutamente dichiarato di voler rispettare - come è senz’altro politicamente corretto - la volontà dei propri cittadini? Sta forse Il governo del Regno unito cercando il momento più appropriato ovvero vi è dell’altro? Verosimilmente la seconda ipotesi non può essere scartata. Ricordiamo innanzitutto che, in base all’ordinamento del Regno unito, siffatto referendum ha mero valore consultivo e, dunque, non è vincolante sul piano giuridico. È inoltre poco noto che un significativo numero di cittadini del Regno unito (simbolicamente capeggiati da una parrucchiera e dalla manager di una società di investimenti) ha immediatamente proposto un ricorso all’alta Corte, chiedendole di stabilire chi abbia effettivamente competenza a dare corso alla procedura di abbandono dell’Unione.

In altre parole, all’alta Corte del Regno unito viene domandato di decidere se ciò competa esclusivamente al governo oppure spetti al parlamento autorizzare il governo al riguardo. Mentre sul piano giuridico siffatta questione appare particolarmente delicata e complessa per l’ordinamento del Regno unito, sul piano pratico il verdetto può avere implicazioni molto rilevanti. Infatti all’interno dell’odierno parlamento pare sussista una forte maggioranza contraria a lasciare l’Unione europea, che pertanto potrebbe impedire la Brexit stessa, almeno sino a quando nuove elezioni politiche non modifichino tale equilibrio. Insomma, logica e correttezza istituzionale forse vorrebbero che la procedura per avviare la Brexit resti bloccata sino a quando l’alta Corte non si sarà pronunciata, cosa attesa per il 2017. Se poi quest’ultima dovesse riconoscere competenza al parlamento, la situazione diventerebbe ancora più complessa ed imprevedibile.

A complicare la situazione interviene però la dichiarazione rilasciata il 3 ottobre dal primo ministro (Mrs. Theresa May), la quale - inspiegabilmente senza attendere il verdetto dell’alta Corte - ha annunciato di voler attivare la procedura di ‘abbandono’ entro la fine di marzo 2017 (sì da portare a termine l’operazione entro l’anno 2019) nonché di promuovere l’adozione del Great Repeal Bill, il quale dovrebbe porre termine alla supremazia del diritto dell’Unione europea all’interno del Regno unito. Ci si domanda allora se il parlamento scozzese cercherà di bloccarne l’adozione. Pure intricato è lo scenario prodromico ai futuri (eventuali?) negoziati per l’uscita del Regno unito, il quale vorrebbe in sostanza trasformare il proprio rapporto con l’Unione in un qualcosa simile a quanto avviene in un’area di libero scambio commerciale, così eliminando la ‘fastidiosa’ libertà di circolazione per le persone (che invece è uno dei pilastri dell’Unione europea, ricordando che in via di massima essa spetta però solo a chi è cittadino dell’Unione!). Così facendo, in un certo senso il Regno unito torna alle origini, riproponendo in qualche modo la visione che esso aveva dei rapporti europei prima del suo (…un po’ forzato) ingresso nella Comunità europea.

Tuttavia, se si dovesse mai arrivare ad attivare la Brexit, lo scenario non sembra così facile a risolversi, in quando i governi di alcuni Stati membri (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno già congiuntamente manifestato la loro opposizione a qualunque soluzione che privi i loro cittadini del diritto a lavorare nel Regno unito, e cioè che ostacoli la loro libera circolazione. Il che potrebbe significare (come anche la cancelliera tedesca ha ribadito) che il ‘passaporto finanziario’ per le banche inglesi nell’Unione europea ha come corrispettivo il diritto di libera circolazione dei cittadini europei nel Regno unito, forse così trasformando in una vittoria di Pirro lo stesso voto favorevole alla Brexit. Quest’ultimo, infatti, è stato per buona parte espresso dai cittadini del Regno unito contrari all’immigrazione (soprattutto quella extracomunitaria), per lo più confusa con il diritto alla libera circolazione (spettante invece ai cittadini europei). Intanto Irlanda e Francia si stanno preparando, nella speranza di accogliere sul loro territorio quelle società aventi adesso sede nel Regno unito, ma interessate a continuare ad essere stabilite all’interno di uno Stato facente parte del mercato unico europeo. Ad esempio, esponenti della banca centrale irlandese hanno dichiarato che le società finanziarie, desiderose di stabilirsi nel proprio paese, saranno sicuramente facilitate dal possesso di un’autorizzazione operativa precedentemente loro rilasciata dalla competente agenzia del Regno unito.

Last, but not the least, a rompere le uova nel paniere concorre anche il recente stallo dei negoziati sul TTIP (The Transatlantic Trade Investment Partnership) tra Ue ed Usa sul commercio, che - se mai verrà concluso - dovrebbe trasformare la zona atlantica in una grande area di libero scambio, sia per le merci (tra cui il vino, di cui non è affatto certo se verrà mantenuto l’attuale stato di tutela per le denominazioni di origine) che per i servizi (compresi ovviamente quelli bancari e finanziari). Stipulato il TTIP, sicuramente il Regno unito si inserirebbe - quale Stato autonomo - in tale contesto, così raggiungendo il proprio obiettivo storico, liberandosi nel contempo dal lacciolo dei negoziati con l’Unione europea. Per contro, se il TTIP non dovesse concretizzarsi, il Regno unito si troverà (…suo malgrado?) nuovamente a dover guardare verso Bruxelles, quanto meno per evitare di pregiudicare il proprio settore finanziario.

avv. Ermenegildo Mario Appiano
(dottore di ricerca in diritto Ue)